QUADERNO ALLA FINESTRA – SECONDA PARTE
Claudia riprese a leggere sul quaderno della Psic.
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Oggi sono particolarmente demoralizzata per come talvolta vanno le cose nella mia vita
Mi sono prodigata tantissimo per una amica che si è avvicinata a me ultimamente. Le ore al telefono, i pranzi saltati, il vuoto nello stomaco mentre in studio sono al lavoro.
Mi rendo conto che non ho ancora avuto modo di recuperare energie.
Mi sono fatta attraversare dai racconti della storia tossica, come se potessi contenerla senza pagarne il prezzo.
A volte ho pensato che si fosse avvicinata a me solo perché sono psicologa. Come se la gente lo sentisse da lontano, come l’odore del fumo o del mare. E così arrivano, nel bene e nel male. E alla fine resto io, stanca, a chiedermi chi mi vede davvero e chi invece cerca solo un porto dove scaricare la sua spazzatura per liberarsene.
Talora mi sembra che persone con un vuoto interiore che reclama di essere riempito, che grida vendetta, che desidera un abbraccio, un bacio, una carezza, che sogna un gioco per divertirsi, si orientino verso di me.
Mi dispiace sentirmi così prosciugata. Quello che sto vivendo pesa, soprattutto perché nasce da una cosa semplice e bella: voler esserci per qualcuno. Però, anche chi è abituata ad ascoltare, anche chi per lavoro tiene insieme i pezzi degli altri, rimane sempre una persona con i suoi bisogni, le sue pause, il suo respiro.
E quando questi bisogni li metto da parte troppo a lungo, il corpo me lo fa notare. L’umore cambia, mi sento sfasata. È un po’ come quando continuo a camminare senza accorgermi che le scarpe si stanno consumando: a un certo punto mi fanno male i piedi e mi fermo. Dopo in preda alla distruzione fisica, capisco! Quasi sempre un po’ troppo tardi.
Se inizio a vedere che l’altra persona usa il rapporto come se fosse una specie di seduta gratuita, senza però esserci davvero per me quando ne avrei bisogno, allora non è più amicizia alla pari. È uno squilibrio. E a lungo andare lo sento, mi pesa, mi stanca.
In effetti oggi sono particolarmente stanca.
Mi devo fermare un attimo.
Saltare il pranzo, lasciarmi coinvolgere in dinamiche inadeguate, sentire il corpo che chiede attenzione… sono tutti segnali chiari. Sto dando più di quello che ricevo. Non c’è nulla di sbagliato nel voler aiutare qualcuno, anzi. Ma quando questo mi porta a trascurare te stessa, allora qualcosa non va. Il mio benessere conta quanto quello degli altri.
Quel sospetto di essere “usata” … devo ascoltarlo.
Sono proprio giù.
Mi devo fermare un attimo. Sento quello che provo? Sono sintonizzata su me stessa?
Allora si mi devo proprio fermare. Non credo di essere debole, ma tanto umana. E va bene così. Davvero.
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E mi concedo di guardare di nuovo verso la finestra di fronte.
La signora è sul balcone, mi sembra di specchiarmi in lei. Anche lei mi sembra stanca, esausta.
Non che i vestiti siano la dimostrazione della capacità di badare a sé stessi, ma la signora oggi è davvero male assortita. Non mi sembra stare tanto bene neanche emotivamente.
Quante volte in seduta le persone sono arrivate trascurate nell’abbigliamento; quell’orlo della gonna lasciato andare, quelle maglie logorate dall’uso indossate perché non si ha il desiderio e la voglia di cercarne una altra nel cassetto, per esempio.
Oppure agghindati con abiti per sembrare diversi, più giovani, più vecchie, più timidi, più intraprendenti, non rendendosi conto che anche il vestire trasmette un messaggio a chi abbiamo di fronte.
La signora della casa di fronte mi dà l’idea di essere quel tipo di moglie che si è fatta prosciugare dal marito, che le ha tentate tutte per fare andare avanti la relazione di coppia investendo però solo le sue di energie personali, e che il partner si sia defilato.
Dando per scontato che il suo ruolo richiedesse proprio quello. Perché il senso del dovere l’aveva spinta sin lì, anche in base a quanto vissuto nella sua famiglia di origine in cui sembravano esserci solo certezze su come gestire le relazioni umane.
Certezze basate sul non sentirsi mai abbastanza e quindi il dover fare sempre di più perché qualcuno finalmente dicesse un <brava> tiepido, unito comunque alla riprovazione che si poteva fare di più.
Certezze incentrate sul ruolo determinante della donna di casa di dover essere sempre super efficiente, la perfetta. Quella perfezione fondata sul saper fare tutto, essere sempre disponibile per tutti, non dire mai di no, non sottrarsi mai neanche alla richiesta dell’ultimo secondo, perché intanto tu sai come fare.
Poi la signora si ritira dentro casa e si avvicina al tavolo:
davanti a lei ha una pila di libri e di fogli, probabilmente fa l’insegnante. Quasi sicuramente! Adesso che la osservo, o meglio spio, con più precisione, mi sembra di scorgere in lei proprio uno dei professori a cui in passato ho fatto giornate di aggiornamento sulla psicologia e la scuola.
Quindi oltre al carico della famiglia ha da gestirsi quello della scuola, e si sa che gli insegnati sono soggetti agli effetti del burnout, senza che gli vengano forniti gli strumenti per tutelarsi. Forse mi appare così provata anche per l’effetto del lavoro.
Occuparsi dei problemi dei ragazzi, o meglio il pensare di doversi far carico proprio di quell’alunno così problematico, tanto arrabbiato con il mondo, di cui sembra che ai genitori non importi perché non si presentano mai ai colloqui.
Ma lui il ragazzo non sembra sempre essere così riconoscente, perché non gli bastano le attenzioni della Prof e la Prof ci prova ad essere più presente per lui…talvolta non dorme la notte perché teme che lui possa combinare qualche grosso guaio. Come fa a lasciarlo andare? A non litigare con il collega che gli dice che il ragazzo è da lasciare perdere e lui a fine trimestre gli assegnerà il voto più basso per punirlo del suo essere così scostante e distaccato dal clima della classe, così sfidante verso i professori.
E lei professoressa che non riesce a governare le sue preoccupazioni, che le tolgono energie, che un po’ la stanno spegnendo. Se ne rende conto ma non riesce a farsene una ragione di non riuscire a non pensare ai suoi alunni. Talvolta avverte la tensione sulle spalle, un fastidio che non passa, ma lei stringe i denti e si dice di dover andare avanti. Quindi capita che non dorma per il mal di schiena, il giorno dopo sia irritabilmente stanca, con la sensazione di essere sempre sul punto di sbagliare qualcosa, pur nella routine quotidiana che conosce bene.
Tutto diventa stress e lo stress poi malessere che la assale anche quando dovrebbe essere nel periodo di calma. Quindi quella vocina interiore che la fa mettere in discussione: se fossi più forte non mi ridurrei così. Con successivo dubbio di essere esagerata nel sentirsi così male.
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Claudia rimase a pensare a quante volte nella sua vita si era sentita esausta, ma non si era fermata.
Bisogna ascoltare i segnali del cuore si disse; si ripromise di dedicare più tempo al recupero delle sue energie personali.
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Caro lettore, spero che tu abbia ben presente il tempo del riposo, dello svago, del gioco.
Se vuoi condividere le tue esperienze scrivi a info@giovannaferro.it , anche se hai necessità di qualche indicazione nei momenti critici.


