MI VERGOGNO A RACCONTARE
Dottoressa mi vergogno a raccontarle queste cose, quasi non volevo venire oggi.
Non sono sicura che mi crederà.
È difficile parlarne, comprendo che lei possa non credermi. Non so neanche come ho fatto a ridurmi così, non me lo sarei mai aspettata.
Non ne parlo quasi più con le mie amiche, sento che non ne possano più di me; ma io stessa non riesco più ad aprirmi con loro, non mi sopporto da sola!
Dopo tanto tempo, sono ancora qui, sono a malapena riuscita a prendere l’appuntamento con l’avvocato.
Ritengo che mia madre se ne sia accorta, ma non mi dica niente; nello sguardo di mio padre colgo il desiderio di appoggiarmi, di provare a fare qualcosa per me, ma non osa per troppa pudicizia.
Non riesco nemmeno a far l’ipotesi di allontanarmi da casa, penso ai miei figli lontani dal loro padre. Mi sento una schifezza di non proteggerli da un padre del genere!
Ne soffrirebbero troppo ad allontanarsi da lui, non voglio che pensino che sia cattivo. Sì, lo sentono gridare, che mi urla contro, ma sanno che non lo fa per cattiveria. Talvolta però io stessa mi chiedo la ragione di un comportamento così inadeguato.
L’altra sera mi ha presa per i capelli, mi ha fatto anche inginocchiare davanti a lui per ammettere che sia colpa mia se lui si arrabbia, che sono io che lo porta all’esasperazione, che gli faccio perdere la pazienza. Poi non so nemmeno cucinare bene.
Adesso sta lavorando ma si lamenta dei turni, dei colleghi.
Capisco che sia tanto stanco, lui ha bisogno di riposo, i suoi orari sono sfiancanti. Io lavoro molto più di lui, mi occupo dei bambini, dei miei genitori e dei suoceri, ma lui è più stanco di me, perché è meno abituato ad assumersi le responsabilità familiari.
Dice che c’è bisogno di riformare gli orari di lavoro, di tutelare i lavoratori; secondo lui, nessuno si occupa del benessere dei lavoratori, stipendi sempre più bassi, sfruttamento, mille richieste.
Lui si sente paladino di un sistema lavorativo che non funziona adeguatamente, si stressa tanto e si arrabbia con me perché secondo lui io non capisco, non lo supporto in questa sua battaglia. Io sono una nullità che penso solo alle mie ore di lezione dopodiché divento un’ameba, non lotto abbastanza neanche nel mio ambito lavorativo; dovrei essere più cattiva a scuola con i colleghi che mi sfruttano e mi rifilano tutto quello che loro non riescono a fare.
Lui è così, molto particolare, non lo fa apposta a farmi star male, non lo vuole, è che in casa sua non gli hanno mai voluto tanto bene. Suo padre lavorava tanto e nel poco tempo libero stava con i pochi amici che gli erano rimasti. Sua mamma ha fatto il possibile per crescerlo nel migliore dei modi, ancora oggi spesso si scusa tanto con me per non esserci riuscita, si sente in colpa. Gli hanno dato una casa, non è così scontato che un genitore faccia questo per il figlio. Lui mi urla conto che siccome non è casa mia me ne posso andare quando voglio se non accetto il suo atteggiamento, di lasciare lì i bambini e di togliermi dalla sua vista.
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La Psic assistette dalla sua postazione a questo monologo interiore, ne rimase parecchio scossa. Si disse che bisognava ancora aiutare tantissimo le donne a pensare alla loro tutela mentale ed emotiva, a proteggersi e prendersi cura di loro stesse.
Le sembrava attraverso i contenuti radiofonici di aver lottato contro pregiudizi duri a morire, ma non era stati ancora sufficienti a scardinare l’elemento chiave della violenza familiare: far si che l’uomo maltrattante mettesse in discussione sé stesso una volta per tutte!
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Claudia aveva letto queste parole sul quaderno, ne rimase parecchio scossa.
Ogni volta che la violenza sulle donne arrivava al suo cuore lo sentiva agitarsi in tempesta, avvertiva che le sue radici mentali iniziavano a cercare giustizia in un mondo che continuava a veder cadere e morire troppe donne. Forse non è poi così vero che siamo interessati ad un reale cambiamento, se il numero delle vittime aumenta?
Ma poi si gettava a capofitto nei suoi progetti di prevenzione e così appagava il suo desiderio di far circolare contenuti emotivi nutrienti per i cittadini, quando i cittadini desideravano effettivamente nutrirsi in maniera affettivamente sana!
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