ME LO MERITO?
È una di quelle domande che attivano immediatamente il senso di inadeguatezza ed una buona dose di giudizio per chi se la pone.
Soprattutto chi la fa sta pesando la persona che ha di fronte, la sta pesando per le sue capacità, per le sue competenze. Sta pesando se stessa.
Sta chiedendo se oltre a sentirsi alla altezza della situazione, ha pure fatto tutto quello che c’era da fare e si è impegnato abbastanza in modo tale da ricevere una ricompensa.
Purtroppo, succede che in qualcuno affiori questo dubbio anche di fronte allo stipendio o al compenso professionale
Assurdo? No, in tanti purtroppo si impantanano in questo interrogativo, pur avendo eccellenti doti e avendo svolto lavori impeccabili, straordinari
Nessuno si dovrebbe trovare nella situazione in cui, in preda all’angoscia che divora interiormente, ci si sente talmente in difetto, da chiedersi se si è nella posizione di meritarsi qualcosa.
Sono degno?
Ancora più subdolo il <te lo meriti?>, in ambito sentimentale, sotto forma di ricatto/ estorsione, in cui se non senti di valere, allora il partner si sente in diritto di farti fare o chiedere qualsiasi cosa
La domanda “me lo merito?” spesso non è davvero una domanda sul merito: è un modo indiretto in cui la mente prova a dare un senso a qualcosa che fa male.
Quando una persona si chiede “me lo merito?”, di solito stanno succedendo alcune cose:
- Ricerca di controllo
Se penso che “me lo merito”, allora il dolore ha una causa chiara (io) e il mondo torna prevedibile. È paradossalmente più rassicurante che accettare che certe cose accadono anche senza colpa. - Interiorizzazione della colpa
Invece di dire “è successa una cosa brutta”, la mente dice “io sono sbagliato”. È una scorciatoia, ma molto dura. - Confusione tra valore e risultato
Si collega ciò che accade (un rifiuto, una perdita, una delusione) al proprio valore personale, come se fossero la stessa cosa. - Eco di esperienze passate
Spesso questa domanda non nasce solo dal presente: può avere radici in momenti in cui ci si è sentiti giudicati, non abbastanza, o messi in discussione.
Se vuoi spingere ancora più a fondo la riflessione, ti faccio una domanda diversa:
quando pensi “me lo merito?”, stai cercando una spiegazione o una condanna?
Quando parliamo di “condanna” in questo contesto, non è qualcosa di esterno: è una specie di tribunale interno. Succede più o meno così:
- c’è una parte di te che giudica
- una parte che viene giudicata
- e la sentenza è: “te lo meriti”
Questa “condanna” ha alcune caratteristiche precise:
- È assoluta, non specifica
Non dice: “hai sbagliato questa cosa”.
Dice: “sei sbagliato”.
È una generalizzazione che trasforma un fatto in un’identità. - Non lascia spazio a cambiamento o complessità
Una vera responsabilità apre possibilità (“posso capire, rimediare, crescere”).
La condanna invece chiude tutto: fine del discorso. - Ha un tono emotivo duro
Spesso è fredda o spietata, a volte persino punitiva:
come se il dolore diventasse “giusto” perché sei tu a provarlo. - Dà un’illusione di ordine
Se “me lo merito”, allora il dolore ha senso.
Ma il prezzo è altissimo: devi convincerti che il problema sei tu, non solo ciò che è successo.
Se volete scrivermi , vi aspetto a: info@giovannaferro.it


